Arte
- I
ricordi e le immagini di un'esistenza importante riaffiorano
nei racconti di Raimondo Fassa, Flamino Gualdoni e Antonio
Pecchini
Enrico Baj:
l'artista che sapeva ridere
(16
giugno 2003) Artista controcorrente, schietto e sincero,
sempre alla ricerca del superamento, ironico, graffiante e
al tempo stesso di un candore disarmante. Enrico Baj era
tutto questo. I ricordi e le immagini di un'esistenza
importante riaffiorano nei racconti di chi lo ha conosciuto
e ne ha condiviso in parte quel cammino, che in un certo
periodo ha percorso anche le strade della politica attiva.
Enrico Baj, infatti, nel 1993 fu assessore alla Cultura a
Varese, chiamato a far parte della giunta di Raimondo
Fassa. «Fu un bel rapporto quello con Baj - dice l'ex
sindaco di Varese -, non lo scelsi io, la legge ancora non
lo permetteva. Arrivò in giunta grazie ad accordi politici
tra i partiti e io ne fui contento, vista la caratura
dell'uomo e dell'artista. Lui accettò perché la politica
affascina e anche perché si sarà chiesto: ' se la politica
la fanno tanti cretini, perché non posso farla io'?
Recentemente ero tra i presenti al Premio Mirabello e l'ho
sentito ricordare quella breve stagione come un periodo
felice per la cultura a Varese, al contrario di oggi che attraversa
una stagione negletta».
Baj rimase su quella poltrona solo 45 giorni. «Fu una
separazione indolore - continua Fassa -. Ne parlammo in due
occasioni a casa sua e rimanemmo in ottimi rapporti. Era un
artista e come tale non poteva accettare i tempi lunghi
della politica, in contrasto con quelli brevi delle idee.
Aveva capito che non era abbastanza limitato per fare il
politico, e così maturò quella scelta. Le sue dimissioni
allora fecero molto scalpore e rimasero sui quotidiani per
tre giorni per poi sparire. Si cercò di strumentalizzare
politicamente una sua consapevolezza. Baj era un uomo a cui
piaceva vivere, era un gran burlone e lui, dall'alto della
sua grandezza di artista, rappresentava anche tutti quei
poveri cristi che non avevano voce in capitolo nei confronti
della politica. Era di un candore disarmante».
Flaminio
Gualdoni, dal 1994 al 1998 direttore dei Musei Civici di
Varese. «Io arrivai ai musei subito dopo l'uscita dalla
giunta Fassa di Baj. Con lui ci fu un bellissimo rapporto
perché entrambi eravamo convinti che a Varese nell'arte si
potessero fare grandi cose, come nel resto del mondo. Con
noi fu molto disponibile, ci diede alcune opere in deposito,
segno che condivideva il nostro modo di lavorare. A più
riprese parlammo di un progetto su una mostra ad hoc:
un'epopea di immagini sue che dialogassero con le sale
affrescate. Purtroppo non venne mai realizzato. Le cose
della vita vanno così, tra il dire e il fare passa sempre
il tempo, inesorabile. Come artista Baj è stato uno dei
nostri grandi e uno dei pochi a recuperare dentro la cultura
italiana il senso del grottesco. Era uno dei pochi
intellettuali italiani che ridevano e sapevano ridere. Lui
rifuggiva la retorica, le bandiere e i pennacchi, non
sopportava l'inutile ufficialità. Invece sulla sostanza
delle idee era sempre presente».
Antonio
Maria Pecchini, scultore e professore al Liceo artistico
Statale di Busto Arsizio, aveva incontrato recentemente Baj ad un convegno sulla funzione dell'arte,
dove entrambi erano relatori. «È sempre stato presente nel
dibattito culturale sull'arte con toni garbati ma polemici.
Il suo ultimo intervento è stato molto articolato e carico
d'ironia, come era solito fare. Le sue provocazioni sono
sempre state nell'ottica del superamento, come quando tra
gli anni Cinquanta e Sessanta, per contestare il mercato
dell'arte, andava a comprare al supermercato i quadri e vi
tratteggiava sopra le sue ombre e le sue figure. Non si puo'
non ricordare una delle opere più belle esposte alla
Quadriennale di Roma, dedicata all'anarchico Pinelli.
Insomma lui non le mandava a dire, si esponeva contro il
potere dall'alto della sua storia pittorica, anche quando le
sue posizioni erano isolate. Quando l'ho conosciuto di lui
mi colpì l'irrequietezza, se individuava un elemento di
rottura, come l'inserimento di oggetti nelle opere, lo
assecondava per poi abbandonarlo non appena si consolidava.
Era unico nel panorama artistico italiano e oggi non ci puo'
essere un epigono di Baj».
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